La Cappella dell’Odegidria

Lo stato attuale

La cosiddetta “Odigitria” di Costantinopoli (oggi conservata nella chiesa dei Apostoli Pietro e Paolo ad Istanbul) è costituita da una tavoletta dipinta in cui si conservano i soli volti della Vergine e del Bambino, seguendo il modello iconografico della Madonna della Misericordia, ovvero Maria che apre l’ampio mantello per accogliere santi e fedeli sotto la sua celeste protezione.

La lamina argentea venne realizzata tra il 1698 e il 1699, grazie alle offerte raccolte tra i fedeli di Galata. L’immagine, coperta da tale rivestimento e da due grandi specchi di cristallo donati da mercanti veneziani, venne solennemente ricollocata nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo e mostrata ai fedeli in occasione della festa della Madonna del Rosario durante la prima domenica di ottobre del 1699. La decisione di dotare la tavola di un rivestimento argenteo fu probabilmente dovuta al fatto che essa era stata pesantemente danneggiata, oltre che dal trascorrere del tempo, da un incendio di vaste proporzioni che aveva coinvolto il quartiere di Galata nel 1660. L’asse centrale della tavola si era spaccato, provocando una fenditura che arrivò sino al volto della Vergine, per poi deviare miracolosamente, lasciando intatto il volto. L’immagine della Vergine con il Bambino non aveva subito alcun danno e anzi salvò la chiesa e il convento dall’incendio grazie alla sua protezione. Tuttavia, i fedeli, per eccessiva devozione, tagliarono vari pezzi del quadro consunto dai tarli. I religiosi avrebbero per questo deciso di rivestirla d’argento e cristallo. Le notizie di questi padri, pur assicurando che i volti fossero scampati a ogni fattore di danneggiamento e si fossero conservati miracolosamente intatti, fanno intuire che il dipinto originario si trovasse in condizione assai precaria quando venne eseguito il rivestimento.

Quello che resta del dipinto originario, eseguito a tempera su una tavola in legno di pioppo con preparazione in gesso, è un frammento di esigue dimensioni (cm42,5/43,5 x 13/14 x 1,3), offeso da cadute di colore, buchi di tarli e di chiodi, che comprende solamente il volto della Vergine e parte del volto del Bambino, ormai pressoché illeggibile. La tavoletta dipinta è stata sicuramente tagliata anche nel senso dello spessore. Evidentemente si decise di salvare come una specie di reliquia soltanto l’anima del dipinto originario, molto danneggiato. Sembra probabile che i volti, siano stati ridipinti nel momento in cui avvenne l’assemblaggio con il supporto e la sua copertura con il rivestimento argenteo.

Il maggiore avvenimento che interessò l’icona fu la sua incoronazione, promossa per celebrare l’istituzione del dogma dell’Immacolata Concezione ad opera di papa Pio IX l’8 dicembre 1854. La corona d’oro e la mezzaluna aurea che oggi vediamo sotto i piedi della Vergine, benedette dal pontefice, vennero applicate all’Odigitria l’8 dicembre 1855.

Le origini

Che cosa sappiamo della tavoletta in questione prima di essere collocata e ornata del rivestimento argenteo? Prima di raggiungere la destinazione attuale, essa si trovava nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Alcune fonti seicentesche attestano la presenza dell’Odigidria nella suddetta chiesa di Santa Maria e nel 1629 fu trasferita nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo in Galata, a seguito della caduta di Santa Maria in mano turca.

Ad ogni modo, la maggior parte degli autori che menzionano la tavola preferiscono accreditare un’altra versione in merito all’origine della tavola. Versione connessa a molteplici tradizioni leggendarie, e a cui si deve anche il titolo di Odigitria, ancora oggi visibile alla base del rivestimento argenteo e con il quale la tavola è stata venerata attraverso i secoli. L’appellativo di Odigitria – termine greco che significa “Colei che indica la via” – identificava una celebre icona costantinopolitana della Vergine conservata nel monastero “Ton Hodegon” e secondo alcune tradizioni leggendarie si trattava di ritratto di Maria dipinto da san Luca evangelista e giunto a Costantinopoli nel V secolo, quando Eudocia lo avrebbe inviato da Gerusalemme all’imperatrice Pulcheria, sua cognata.

Lo stile

Il tipo iconografico dell’Odigidria che prevede il posizionamento del Bambino sul braccio sinistro della Madre, la quale “Lo indica con la mano destra come Via della salvezza”,  ha radici in epoca pre-iconoclasta; tuttavia è solo a partire dall’XI secolo che viene messa a punto questa formula canonica. È a partire da quest’epoca che le fonti cominciano ad attestare la presenza dell’icona presso il monastero di Odego.

Tuttavia, non è questo il caso della tavola di Galata: sia il rivestimento argenteo che il frammento di tavola dipinta si discostano dallo schema canonico mostrando la discrepanza tra il dipinto e il tipo classico dell’Odigidria.

Invece, il Bambino al centro del petto, benedicente e talora recante un globo nella mano sinistra, richiamava il tipo della Blachernitissa, riconducibile ad un’altra leggendaria icona costantinopolitana, quella del monastero delle Blacherne.

Il monastero delle Blacherne conservava diverse icone della Vergine. Il tipo iconografico più famoso ad esso associato era tuttavia quello che mostrava la Vergine orante con un medaglione contenente Cristo sospeso davanti al suo petto. Questa iconografia fondeva due tipi preesistenti: la figura della Vergine orante con le braccia aperte nel gesto dell’intercessione e quella della Vergine che reggeva un medaglione o una mandorla con il Cristo Bambino.

Curiosamente, tuttavia, le Madonne di Costantinopoli del Meridione d’Italia spesso non seguivano fedelmente l’archetipo iconografico dell’Odigitria. La versione più comune del tema impostasi nel corso del Seicento mostra la Vergine sullo sfondo di un mare solcato da un vascello, seduta su una cassa retta da due monaci “basiliani” (i cosiddetti “calogeri”) in fuga da Costantinopoli, in un’epoca che poteva coincidere con l’epoca iconoclasta o con il 1453.

La differenza con lo schema canonico dell’Odigitria portò gli eruditi occidentali più attenti alla cultura bizantina, come il Du Cange, a ipotizzare che i Latini avessero conosciuto solo la testa della famosa icona dell’Odigitria. Sorse allora fra gli eruditi la preoccupazione di identificare la vera immagine di san Luca, e l’ipotesi più accreditata sosteneva per l’appunto quella del convento dei Domenicani di Galata.

L’originaria collocazione nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli aveva probabilmente favorito tale identificazione, come anche la confusione con le celebri e perdute icone mariane dell’Hodegon e delle Blacherne, il cui ruolo di palladio della capitale bizantina restava vivo nella memoria collettiva della cristianità.

Peraltro, la tavola di Galata era accostabile almeno nel suo nucleo centrale al tipo della Blachernitissa e quindi, parzialmente, anche a quello della vera Madonna di Costantinopoli.

Santuario di Santa Maria di Costantinopoli
Interno del santuario
Dettaglio sacro

I miracoli

La Vergine che apre il suo mantello per dare rifugio all’interno di esso ai suoi figli e fedeli, non può non ricordare la presenza a Costantinopoli della reliquia del manto della Vergine, conservata nel monastero delle Blacherne.

All’idea del manto della Vergine si può collegare anche la cerimonia del synethes thauma, il “miracolo consueto”, attestato alle Blacherne a partire dall’XI secolo. Come documentato dalle fonti, il miracolo consisteva nel sollevamento di un velo di seta che copriva un’icona della Vergine. All’istante preciso (vespri del venerdì), la cortina si sollevava miracolosamente, lasciando vedere l’immagine della Vergine che si trovava dietro di essa, e rimaneva sospesa fino al sabato mattina.

Data la rilevanza della reliquia costantinopolitana del mantello, non può stupire che proprio a Costantinopoli e in particolare in connessione con il monastero delle Blacherne siano apparse le prime narrazioni leggendarie di apparizioni nelle quali la Vergine apre il suo mantello per mostrare i fedeli raccolti e protetti al suo interno. La Vita di sant’Andrea il Folle, racconta come una notte la Vergine apparve nel monastero delle Blacherne, vestita come un’imperatrice e circondata dagli angeli. Dopo la preghiera nel santuario, ella aprì il suo manto, accogliendo al suo interno tutta la popolazione riunita in preghiera.

La descrizione

Nella tavola di Galata, lo schema della Mater Misericordiae è combinato con un’ulteriore iconografia mariana sorta in forte connessione con l’Ordine domenicano: quella della Madonna del Rosario e quella di una leggendaria visione che San Domenico ebbe durante la sua vita.

Quando si rappresentava la Madonna del Rosario, il Bambino e la Vergine erano contemplati dall’osservatore nell’atto di consegnare corone di rosario a una schiera di personaggi, di solito inginocchiati ai loro piedi. La schiera comprendeva membri degli alti ranghi delle gerarchie ecclesiastiche e secolari, tra cui un pontefice e una o più figure di sovrani. L’identità di costoro poteva variare, ma si trattava generalmente di personaggi che avevano favorito la diffusione del culto del rosario.

Erano inoltre inclusi alcuni santi, i più importanti dei quali erano: san Domenico, che, secondo Alain de la Roche, avrebbe istituito la preghiera del rosario in seguito ad una visione della Madonna mentre era alle prese con la lotta all’eresia albigese; santa Caterina da Siena e santa Caterina d’Alessandria.

Non nostro caso, le rose che punteggiano il manto e le pantofole della Vergine suggeriscono con forza il riferimento alla Madonna del Rosario, confermato dal fatto che la tavola dotata del rivestimento argenteo venne solennemente ricollocata in chiesa e mostrata ai fedeli nel giorno della Festa del Rosario, il 7 ottobre del 1699.

La Vergine è affiancata dai santi Domenico e Caterina recanti un giglio, identificati dagli attributi della stella in fronte e della corona di spine. Nelle schiere che accompagnano i personaggi principali si debbono inoltre riconoscere alcune figure legate alla battaglia di Lepanto. Il pontefice con il camauro che segue Domenico è verosimilmente Pio V. Si scorgono poi due figure con mantelli damascati, una maschile appena visibile in secondo piano dietro al papa e una femminile, in posizione di rilievo accanto a santa Caterina. Nella prima potrebbe forse riconoscersi Filippo II o Giovanni d’Austria, nella seconda Anna d’Austria, anche se tali identificazioni non possono essere affermate con certezza. Gli elementi raffigurati nella fascia in basso intendevano confermare l’identità delle figure: un cane, simbolo dei Domenicani, sotto a san Domenico; il libro, attributo ricorrente di santa Caterina, sotto la figura della santa; la tiara in corrispondenza del pontefice; corone al di sotto delle figure che potrebbero appartenere alle case regnanti europee.

La visione leggendaria che ci lascia comprendere molto di più la straordinaria portata di tale tavola, narra che un giorno San Domenico era raccolto in preghiera ed ecco che all’improvviso fu rapito in ispirito davanti a Dio e vide il Signore e la Beata Vergine, seduta alla destra, rivestita – a quanto gli sembrava – di un mantello color zaffiro.

Guardandosi attorno, vide davanti a Dio rappresentanti di tutti gli Ordini Religiosi, ma del suo non scorse nessuno; per la qual cosa cominciò a piangere amaramente e, fermatosi lontano, non osava avvicinarsi al Signore e a sua Madre. Fu la Madonna a fargli cenno con la mano di accostarsi a lei; ma egli non osò muoversi fino a tanto che anche il Signore non lo ebbe chiamato. Si accostò allora tutto piangente e si inginocchiò davanti a loro. Il Signore lo invitò ad alzarsi e, quando si fu alzato, gli chiese il perché di quel pianto sconsolato. «Piango così – rispose – perché vedo qui rappresentanti di tutti gli Ordini, ma del mio non vedo nessuno». Allora il Signore: «Vuoi vedere il tuo Ordine?». E quello tremante: «Sì, o Signore». Allora il Signore, ponendo una mano sulla spalla della Beata Vergine, si rivolse nuovamente al beato Domenico: «Il tuo Ordine io l’ho affidato a mia Madre». Poi soggiunse: «Ma lo vuoi proprio vedere?». Rispose il beato Padre: «Certo, o Signore». La Beata Vergine spalancò il mantello di cui sembrava rivestita e lo stese davanti al beato Domenico, al quale sembrò tanto grande da ricoprirne tutta la patria celeste e sotto di esso vide una moltitudine di suoi Frati. Inginocchiandosi il beato Domenico ringraziò allora Dio e la beata Maria sua Madre. E la visione scomparve.